13 aprile 2010
Voglio urlare che io non ci sto
Una lezione per tutti.
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Sono figlio di un mezzadro che non aveva soldi ma un infinito patrimonio di dignità. Ho vissuto i miei primi anni di vita in una cascina come quella del film "L’albero degli zoccoli". Ho studiato molto e oggi ho ancora intatto tutto il patrimonio di dignità e inoltre ho guadagnato i soldi per vivere bene. E’ per questi motivi che ho deciso di rilevare il debito dei genitori di Adro che non pagano la mensa scolastica.
A scanso di equivoci, premetto che:
- Non sono "comunista". Alle ultime elezioni ho votato per FORMIGONI. Ciò non mi impedisce di avere amici dì tutte le idee politiche. Gli chiedo sempre e solo la condivisione dei valori fondamentali e al primo posto il rispetto della persona.
- So perfettamente che fra le 40 famiglie alcune sono di furbetti che ne approfittano, ma di furbi ne conosco molti. Alcuni sono milionari e vogliono anche fare la morale agli altri. In questo caso, nel dubbio sto con i primi. Agli extracomunitari chiedo il rispetto dei nostri costumi e delle nostre leggi, ma lo chiedo con fermezza ed educazione cercando di essere il primo a rispettarle. E tirare in ballo i bambini non è compreso nell’educazione.
Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell’Ucraina.
Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l’insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male.
I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo all’anno, prima con la taglia, poi con il rifiuto del sostegno regionale, poi con la mensa dei bambini, ma potrei portare molti altri casi.
Quando facevo le elementari alcuni miei compagni avevano il sostegno del patronato. Noi eravamo poveri, ma non ci siamo mai indignati. Ma dove sono i miei compaesani, ma come è possibile che non capiscano quello che sta avvenendo?
Che non mi vengano a portare considerazioni "miserevoli". Anche il padrone del film di cui sopra aveva ragione. La pianta che il contadino aveva tagliato era la sua. Mica poteva metterla sempre lui la pianta per gli zoccoli. (E se non conoscono il film che se lo guardino..)
Ma dove sono i miei sacerdoti. Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo. Se esponiamo un bel rosario grande nella nostra casa, poi possiamo fare quello che vogliamo?
Vorrei sentire i miei preti "urlare", scuotere l’animo della gente, dirci bene quali sono i valori, perché altrimenti penso che sono anche loro dentro il "commercio".
Ma dov’è il segretario del partito per cui ho votato e che si vuole chiamare "partito dell’amore". Ma dove sono i leader di quella Lega che vuole candidarsi a guidare l’Italia.
So per certo che non sono tutti ottusi ma che non si nascondano dietro un dito, non facciano come coloro che negli anni 70 chiamavano i brigatisti "compagni che sbagliano".
Ma dove sono i consiglieri e gli assessori di Adro? Se credono davvero nel federalismo, che ci diano le dichiarazioni dei redditi loro e delle loro famiglie negli ultimi 10 anni. Tanto per farci capire come pagano le loro belle cose e case.
Non vorrei mai essere io a pagare anche per loro. Non vorrei che il loro reddito (o tenore di vita) Venga dalle tasse del papa di uno di questi bambini che lavora in fonderia per 1200 euro mese (regolari).
Ma dove sono i miei compaesani che non si domandano dove, come e quanti soldi spende l’amministrazione per non trovare i soldi per la mensa. Ma da dove vengono tutti i soldi che si muovono, e dove vanno?
Ma quanto rendono (o quanto dovrebbero o potrebbero rendere) gli oneri dei 30.000 metri cubi del laghetto Sala. E i 50.000 metri della nuova area verde sopra il Santuario chi li paga? E se poi domani ci costruissero? E se il Santuario fosse tutto circondato da edifici? Va sempre bene tutto?
Ma non hanno il dubbio che qualcuno voglia distrarre la loro attenzione per fini diversi. Non hanno il dubbio di essere usati? E’ già successo nella storia e anche in quella del nostro paese.
Il sonno della ragione genera mostri.
Io sono per la legalità. Per tutti e per sempre. Per me quelli che non pagano sono tutti uguali, quando non pagano un pasto, ma anche quando chiudono le aziende senza pagare i fornitori o i dipendenti o le banche. Anche quando girano con i macchinoni e non pagano tutte le tasse, perché anche in quel caso qualcuno paga per loro.
Sono come i genitori di quei bambini. Ma che almeno non pretendano di farci la morale e di insegnare la legalità perché tutti questi begli insegnamenti li stanno dando anche ai loro figli.
E chi semina vento, raccoglie tempesta!
I 40 bambini che hanno ricevuto la lettera di sospensione servizio mensa, fra 20/30 anni vivranno nel nostro paese. L’età gioca a loro favore. Saranno quelli che ci verranno a cambiare il pannolone alla casa di riposo. Ma quei giorno siamo sicuri che si saranno dimenticati di oggi?
E se non ce lo volessero più cambiare? Non ditemi che verranno i nostri figli perché il senso di solidarietà glielo stiamo insegnando noi adesso. E’ anche per questo che non ci sto.
Voglio urlare che io non ci sto. Ma per non urlare e basta ho deciso di fare un gesto che vorrà dire poco, ma vuole tentare di svegliare la coscienza dei miei compaesani.
Ho versato quanto necessario a garantire il diritto all’uso della mensa per tutti i bambini, in modo da non creare rischi di dissesto finanziario per l’amministrazione, in tal modo mi impegno a garantire tutta la copertura necessaria per l’anno scolastico 2009/2010.
Quando i genitori potranno pagare, i soldi verranno versati in modo normale, se non potranno o vorranno pagare il costo della mensa residuo resterà a mio totale carico. Ogni valutazione dei vari casi che dovessero crearsi è nella piena discrezione della responsabile del servizio mensa.
Sono certo che almeno uno di quei bambini diventerà docente universitario o medico o imprenditore o infermiere e il suo solo rispetto varra la spesa.
Ne sono certo perché questi studieranno mentre i nostri figli faranno le notti in discoteca o a bearsi con i valori del "grande fratello".
Il mio gesto è simbolico perché non posso pagare per tutti o per sempre e comunque so benissimo che non risolvo certo i problemi di quelle famiglie.
Mi basta sapere che per i miei amministratori, per i miei compaesani e molto di più per quei bambini sia chiaro che io non ci sto e non sono solo.
Molto più dei soldi mi costerà il lavorio di diffamazione che come per altri casi verrà attivato da chi sa di avere la coda di paglia. Mi consola il fatto che catturerà soltanto quelle persone che mi onoreranno del loro disprezzo.
Posso sopportarlo. L’idea che fra 30 anni non mi cambino il pannolone invece mi atterrisce.
Ci sono cose che non si possono comprare. La famosa carta di credito c’è, ma solo per tutto il resto.
Un cittadino di Adro
11 aprile 2010
Può bastare la sola indignazione?

I rappresentanti dello stato che dovrebbe essere la Patria di cui vorrei andare orgoglioso, comunicano che i volontari italiani di Emergency "non fanno parte della cooperazione italiana".
Ringrazio di cuore tutte le donne e gli uomini che fanno la volontà del Dio in cui credo, amando concretamente il prossimo al di là di ogni credo religioso e politico.
Disprezzo chi infanga le persone che donano la vita per gli altri.
Anche Madre Teresa e persino lo stesso Salvatore furono calunniati ingiustamente.
Tuttavia non mi rassegno a vedere il bene calpestato ed il male esaltato.
IO STO CON EMERGENCY
http://www.emergency.it/
09 aprile 2010
02 aprile 2010
Realtà o fantascemenza?
la fonte è però autorevole:
il sito web del ministero dell'istruzione
http://www.istruzione.it/web/istruzione/prot2532_10
Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
Dipartimento per l’Istruzione
Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici
e per l’Autonomia Scolastica - Ufficio III
Roma, 1° aprile 2010
Oggetto: R.D. 4 maggio 1925, n. 653 e R.D. 21 novembre 1929, n. 2049
Con riferimento a notizie di stampa, si precisa che le disposizioni di cui al regio decreto n. 653/1925 ed al regio decreto n. 2049/1929, delle quali l'art. 2 del decreto-legge 22 dicembre 2008, n. 200 (convertito, con modificazioni, dalla legge 18 febbraio 2009, n. 9) aveva previsto l’abrogazione a decorrere dal 16 dicembre 2009, sono state sottratte all’effetto abrogativo, di cui al citato art. 2, ai sensi di quanto disposto dal comma 2 (allegato 2) dell’art. 1 del decreto legislativo 1° dicembre 2009, n. 179.
Le dette disposizioni permangono, quindi, in vigore nelle parti, ovviamente, non oggetto di abrogazione espressa (anteriore al citato decreto-legge) ovvero non oggetto di abrogazione tacita o implicita.
IL DIRETTORE GENERALE
Mario G. Dutto
26 marzo 2010
La scuola privata è pubblica. Quella statale è privata (di risorse).
1) L'art. 33 della Costituzione recita: "Enti e privati hanno il diritto a istituire scuole e istituti di educazione senza oneri per lo stato", è giusto che la Regione Lombardia abbia girato alla scuola privata lombarda ben 45 milioni di € nell'a.a. 2008/09?
2) E' giusto che la Regione Lombardia destini l'80% dei fondi per il diritto allo studio ai soli studenti della scuola privata che sono solo il 9% della popolazione scolastica??
3) E' giusto che i Dirigenti Scolastici siano costretti a tassare le famiglie per continuare a sopravvivere e non chiudere i "portoni" per collasso. Il contributo volontario ai genitori viene chiesto per tutto: per pagare le supplenze ma anche per non lasciare le aule e i ragazzi privi di gessetti, carta igenica, detersivi e fotocopie. E' questa l'unica entrata certa su cui le scuole possono contare per il futuro. L'anno prossimo mia figlia si iscriverà alla classe 1^ del Liceo Statale Leonardo, dovrò versare un "contributo di laboratorio" pari a € 150, ma la scuola pubblica non dovrebbe essere gratuita?
Formigoni ha risposto!
Puoi leggere la risposta completa cliccando qui.
Voglio però considerare il paragrafo che ritengo più importante
«In Italia sembra impossibile a volte ragionare in modo non ideologico: la scuola viene considerata pubblica solo se è statale e si perpetua un'impostazione centralistica e dirigistica di istruzione e organizzazione scolastica, salvo poi lamentarsi che lo Stato non fa abbastanza.»
Finalmente ho capito. Formigoni si è spiegato bene fin dalle prime righe. Per "scuola pubblica" non deve intendersi scuola statale. Qualsiasi scuola dunque può fregiarsi di questa qualifica purché aperta al pubblico. La scuola come il bar sotto casa: ci fa i soldi il proprietario, ma è un esercizio pubblico. La differenza è che il bar non prende lauti finanziamenti dallo Stato.
Da Wikipedia:
Gli esercizi pubblici sono locali in cui l'accesso è libero a chiunque ed in cui si svolge un'attività imprenditoriale.
Dopo avere trasformato in aziende tutti i servizi strategici per una nazione come la sanità, l'energia ed i trasporti...
Se non si salva nemmeno l'acqua, chi salverà la scuola?
Elezioni regionali: si vota domenica 28 marzo 2010 fino alle 22 e lunedì 29 marzo 2010 dalle 7 alle 15.
22 marzo 2010
SE LA SCUOLA AVESSE LE RUOTE
Qui sotto due stupendi video di una meravigliosa avventura educativa inventata da Emilio Rigatti.
Emilio Rigatti su Youtube:
Un anno di scuola media in equilibrio, con un viaggio di quattro giorni che sfocia nell'estate appena cominciata. Libri, studio, ma anche in giro a vedere le cose studiate, a imparare ad orientarsi con le carte geografiche, a scoprire opere d'arte e paesaggi, incontrando persone che ti possono insegnare cose che non sono scritte nei libri. Come sempre, se si ha la fortuna di avere un dirigente che non ti ostacola e dei genitori entusiasti e che si mettono sulla strada con i loro figli - com'è successo a noi in questi anni - la bici insegna a stare assieme, fa intendere che imparare è come respirare, rompe le barriere tra insegnanti, alunne e alunni. In questi due filmati (è lo stesso diviso in due) c'è la storia di un anno di scuola e di un viaggio di quattro giorni, senza macchine a seguito, per centinaia di chilometri lungo strade secondarie, a caccia di un Friuli che pochi conoscono e che sta rapidamente scomparendo sotto slavine centri commerciali, di bretelle stradali, di piani regolatori-carachiri, TAV. Un disastro paesaggistico bipartisan, insomma. Nel "primo tempo": da Aiello, in provincia di Udine, pedalerete con la IIA fino a San Vito al Tagliamento e Versutta, con l'incontro con una persona che ha conosciuto Pasolini. Cose di questo mondo: basta uscire dalla televisione ed entrarci.
18 marzo 2010
Attacco "phishing" agli indirizzi email dei docenti
Il messaggio si caratterizza per le consuete scorrettezze grammaticali e sintattiche, come di consueto accade per questi attacchi.
L'assistenza di Istruzione.it sta inviando email di avvertimento che purtroppo, per il loro contenuto, vengono spesso falsamente identificate come SPAM o come pericolose, per cui finiscono nel cestino e non vengono agevolmente visualizzate.
Morale: FATE ATTENZIONE E NON CASCATECI.
Non cliccate mai su link interni alle email che ricevete, nemmeno se apparentemente provenienti da un mittente conosciuto.
Utilizzate invece i link eventualmente memorizzati in "Preferiti" oppure scriveteli a mano nella barra indirizzi.
-----Original Message-----
From: Assistenza Uffici [mailto:assistenzauffici@istruzione.it]
Sent: Thursday, March 18, 2010 3:53 PM
To: comunicazioni.docenti@istruzione.it
Subject: Avviso importante a tutti gli utenti istruzione.it
Si avvisa che il messaggio sottostante non è stato inviato dall’Amministrazione o per conto di essa.
Si invita l’utente a cancellare il messaggio senza inviare dati né
rispondere allo stesso.
Si ringrazia.
D.G. Studi Statistica e Sistemi Informativi
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Da: Istruzione.it Webmail Customer Support [mailto:supportteam@sify.com]
Inviato: giovedì 18 marzo 2010 13.56
Oggetto: Avviso importante a tutti gli utenti istruzione.it
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12 marzo 2010
Perché la nostra scuola è finita
Ho sempre dichiarato che avrei smesso di insegnare quando mi fossi accorto che non mi divertivo più.
Invece mi ritrovo sulla soglia dei sessant’anni e mi accorgo di fare veramente fatica: la gioia non è scomparsa, ma soffro veramente perché non riconosco più un bilancio positivo tra l’impegno ed il risultato.
Forse un insegnante non dovrebbe mai fermarsi a riflettere sul successo del proprio lavoro. Gli esiti si osservano in modo talvolta sorprendente a distanza di molti anni. Talvolta, proprio dove credevi di avere fallito, scopri a distanza di tempo che il seme gettato ha dato frutti insospettati. Altre volte scopriamo che i fiori più belli che avevamo coltivato sono appassiti nel fango. Proprio come accade con i figli. Questo è il destino degli educatori.
Mi rendo conto che schemi, progetti, unità didattiche, fotocopie, proposte di lavoro… il materiale raccolto attraverso una vita di servizio nella scuola è divenuto inutile. I ragazzi e le ragazze non sono più in grado di utilizzarlo. Non si tratta semplicemente dell’incapacità che deriva dall’incompetenza. La sostanza dei fenomeni oggetto di studio non è mutata. L’oggetto dell’apprendimento non è superato perché obsoleto. Eppure anche i contenuti comunicati con la passione di sempre sembrano scorrere come acqua sul vetro. L’impressione è quella di non riuscire più a comunicare contenuti.
Credo che nulla sia più frustrante per un insegnante che verificare la sterilità del proprio lavoro. Talvolta la presenza dell’insegnante che spiega in classe, e purtroppo non parlo solo di me stesso, appare come un mero accidente privo di efficacia e persino di senso. Certo non intendo generalizzare: ci sono sempre studenti attenti e disponibili. Quello che voglio intendere è che si è andata sempre più estendendo ed intensificando l’indifferenza per qualsiasi attività svolta nell’istituzione scolastica.
Sono convinto che si diventa insegnanti per gioia di condivisione. Nulla può essere profondamente e pienamente appreso se non comunicandolo. Conoscere e capire sono detonatori della cultura. La necessità che scatta imperiosa nell’educatore è quella di far partecipe chi è vicino di ogni scoperta raggiunta ed ogni emozione provata, partendo proprio dai piccoli e dai giovani. Quando questo impulso resta mutilato è una perdita globale. Insegnare è un dono che moltiplica ricchezza: si accresce il sapere e la consapevolezza individuale e collettiva senza che chi ha donato resti privato di qualcosa. Anzi ne rimane arricchito!
Noi insegnanti non possiamo che essere raffinati ristoratori culturali: chef di una cucina in grado di offrire cibi invitanti e prelibati. Quello che non possiamo fare è obbligare i nostri clienti a nutrirsi. Temo che oggi si assista ad una vasta epidemia di anoressia culturale.
Il successo scolastico è divenuto progressivamente meno significativo come strumento di affermazione sociale ed economica. Non esiste nemmeno più una struttura sanzionatoria in grado di contrastare significativamente un rilassamento passivo talvolta sostenuto persino dalle famiglie. Non che ci si possa illudere che un sistema di punizioni possa risultare più efficace di un complesso di incentivi. Semplicemente non esiste più nessuna combinazione di stimoli veramente produttiva in modo assoluto.
Dunque qualcosa nel tradizionale meccanismo di fare scuola deve essersi rotto o consumato al punto di essersi irrimediabilmente sfaldato.
Propongo una risposta: la qualità e la natura della comunicazione sono ormai storicamente alterate.
Un tempo bastava un sapiente uso della parola per ottenere bocche spalancate ed occhi sgranati. Oggi fatichiamo ad ottenere attenzione anche con la fisicità del gesto e con la concreta dimostrazione operativa. Perché una volta funzionava ed ora anche gli sforzi più intensi sembrano così poco produttivi?
Credo che la risposta vada ricercata in una nuova e più flessibile interpretazione di quello che in psicologia si chiamo “meccanismo di identificazione”.
Per spiegare meglio cosa intendo, dovrei forse utilizzare il termine “immedesimazione” o addirittura “traslazione di coscienza”.
L’immedesimazione a cui mi riferisco è una forma di esperienza profonda e per certi versi totalizzante che permette di vivere come proprie situazioni, sensazioni ed emozioni create con arte attraverso media tecnologici dotati di potenzialità espressive.
Proviamo a considerare alcune questioni relative all’evoluzione dell’intrattenimento.
Gli adolescenti, e non solo, sperimentano con abituale pratica quotidiana l’interazione con realtà virtuali offerte da dispositivi come PlayStation e wii.
L’intensità dell’immedesimazione è tale da condurre talvolta alla perdita del senso del tempo ed appunto alla temporanea traslazione della coscienza. In un certo senso si tratta di una autentica alienazione, senza necessariamente assegnare a questo termine connotazioni inappellabilmente negative.
Ciò che desidero osservare è che per momenti più o meno lunghi, con una forza di coinvolgimento più o meno invasiva, resta sospesa la propria percezione “in sé” per lasciare spazio all’indossare una coscienza almeno parzialmente alternativa.
Quando un agente terzo interviene per richiamare alla realtà concreta, si dovrebbe poter istantaneamente percorrere all’inverso il percorso di “risucchio di presenza” che l’assorbimento nella simulazione aveva stabilito.
Questo improvviso richiamo alla realtà può essere percepito, da chi ne resta coinvolto, addirittura come malessere fisico. Dal semplice fastidio credo che si possa giungere fino alla sensazione di nausea, tale da causare reazioni persino violente ed apparentemente ingiustificabili per chi le ha prodotte. Quello che succede in questi casi è forse una forma di strappo, per certi versi doloroso, da una traslazione di coscienza molto più coinvolgente del sogno.
Solitamente la reazione di un adolescente strappato alla playstation è drammaticamente più intensa di quella dello stesso individuo svegliato bruscamente.
L’immedesimazione non è in sé un fenomeno negativo. Anzi è proprio la via maestra attraverso cui, secondo me, viaggia l’apprendimento.
Nel secolo scorso, media tecnologicamente meno raffinati di quelli che attualmente sono comunemente diffusi, offrivano l’opportunità di acquisire conoscenze e provare esperienze per interposta persona. La televisione in bianco e nero prima e quella a colori poi hanno giocato un ruolo spesso determinante nella formazione degli attuali adulti. Il cinema, invece, è sempre stato più avvolgente: un ambiente in cui il buio circostante favorisce la magia del rapimento. Seguire uno spettacolo su uno schermo televisivo non comporta un semplice mutamento di proporzioni nella visione, ma implica una diversa coscienza di presenza ambientale.
Prima ancora era il libro a giocare un ruolo determinante nella costruzione della formazione individuale.
Un modello illuminante di rappresentazione di quanto intendo esprimere è costituito dal libro “la storia infinita”, romanzo fantastico che ebbe poi una trasposizione cinematografica di successo.
Il racconto delinea esattamente ciò che intendo: è possibile vivere altre vite attraverso la traslazione di coscienza. L’arricchimento personale, dal punto di vista culturale in senso esteso, è a portata di chiunque abbia la sensibilità per accoglierlo.
Ancora più indietro nel tempo era la lettura degli affreschi nelle antiche chiese medievali, fiocamente illuminate dalla luce incantata delle candele o dalla delicata illuminazione delle vetrate multicolori.
L’ assuefazione storica ad un livello sempre più definito di riproposizione ed interpretazione della realtà ha condotto all’affermazione di media espressivi che lasciano sempre meno margine all’immaginazione individuale.
Il cinema tridimensionale in B/N risale addirittura agli Anni Venti. Negli Anni Cinquanta l’impiego degli occhiali polarizzati rese possibile la visione a colori. Perché alle soglie del Ventunesimo Secolo, il cinema e con esso la televisione e la fotografia, si avviano gradualmente ma irresistibilmente a diventare 3-D? La mia ipotesi è che l’utenza tende a domandare un progressivo innalzamento del livello tecnologico dei media al fine di soddisfare un bisogno sempre più sofisticato di traslazione di coscienza.
E la scuola?
La scuola è rimasta ferma a confidare nel valore della voce, tutt’al più nel supporto della comunicazione scritta ed illustrata su supporto cartaceo.
Certamente esistono ancora oggi ragazze e ragazzi che riescono a perdersi nelle gradazioni marroni e verdi delle mappe di un atlante, capaci di sognare percorsi, laghi, foreste e mari evocati da nomi ancora sconosciuti. Sono sognatori abituati fin da piccoli ad accarezzare stupendi libri per bambini che avrebbero strappato gridolini di gioia a noi vecchi docenti, fanciulli del secolo scorso, pronti alla meraviglia di povere cose. Sono bambini fortunati, cresciuti in famiglie in cui si conosce e si pratica ancora l’arte dello stupore, del racconto e dell’attenzione. Quante sono le famiglie in cui si coltiva ancora con convinzione il piacere consapevole della cultura, della parola e del segno?
Eccoci quindi nel nuovo millennio ad insegnare in una scuola che non è più luogo elettivo di apprendimento e di progresso sociale. I nostri allievi hanno esplorato il corpo umano, sono saliti sulle montagne del Nepal, hanno esplorato giungle e savane, cavalcato e navigato. Hanno persino vissuto morte ed amore innumerevoli volte. Hanno visto fiori, animali e vulcani. Tutto attraverso un livello di presenza impensabile per le generazioni precedenti. Anche il loro livello di interazione collettiva è quasi incomprensibile per un anziano. La loro è la generazione “Digital Native”. Su questo territorio la scuola ha storicamente concluso il suo ciclo, almeno nella forma in cui l’abbiamo finora conosciuta.
Recentemente mi accade di osservare come on-line, cioè presenti sul web in social network, allievi che in quel preciso momento sono in classe. Immagino che dovrebbero seguire una lezione.
Navigano.
Per loro l’insegnante in quel momento non esiste.
Sono proiettati nella rete.
Eppure una speranza per la scuola c’è: dobbiamo ripensare qualità e modalità della comunicazione. La scuola che abbiamo sperimentato non c’è più. Non servirà rimpiangerla.
I bambini sono cambiati.
Dobbiamo cambiare anche noi.
